Chiavenna - Passo Spluga
   
Italiano Versione italiana   Deutsche Fassung Deutsche Fassung
Da Bergamo a Coira lungo le vie storiche
menù graf graf
 
CENNI GENERALI

Caratterizzazione floristica e faunistica

 
LE VIE STORICHE
01 Bergamo
Passo S.Marco
02 Passo S.Marco
Morbegno
03 Morbegno
Dubino
04 Dubino
Chiavenna
05 La Strada Bregaglia
06 Chiavenna
Passo Spluga
07 Passo Spluga
Coira
CARTINE

La Tabula Peutingeriana
Tabula PeutingerianaCustodita presso la Biblioteca Nazionale di Vienna, si trova il Codex Vindobonensis, copia del XII secolo di un documento cartografico raffigurante il mondo conosciuto ai tempi dell’Impero Romano. La mappa, una pergamena di oltre sei metri di lunghezza, fu rinvenuta nel 1507 da un bibliotecario dell’imperatore Massimiliano I, tale Konrad Celtes, ma prese il nome dal suo secondo proprietario, Konrad Peutinger. Nella parte conservata del documento, sono indicati i luoghi lungo il tracciato della Via Spluga ed, in particolare, le stazioni di Clavenna, Tarvesede (Campodolcino), Cunus Aureus (nei pressi del valico dello Spluga), Lapidaria (Andeer) e Curia (Coira) e le relative distanze, misurate in miglia romane.
Luciano Bosio (1983): La Tabula peutingeriana: una descrizione pittorica del mondo antico. Maggioli Editore, Rimini.

Santuario e cappella di San Guglielmo
Nel 1327 venne costruita un piccola chiesa sopra la grotta dove visse l’eremita Guglielmo, che l’attuale critica storica ritiene di identificare in Guglielmo de Orezia, l’eremita che nel 1256 esortò i Chiavennaschi alla pace, morì intorno al 1290 e venne ritenuto santo per voce di popolo. La chiesa, che diventò meta e transito di pellegrini, fu ingrandita nel 1613-16 e decorata con affreschi da Giovan Battista Macolino il Vecchio (1650) e da Giovan Battista Macolino il Giovane (1672); dietro la grata in ferro battuto che divide il presbiterio (1642) è tuttora esposta la bandiera dell’antico Comune di Valle. Nel centro della bandiera campeggia l’immagine di S. Giacomo il Maggiore con le insegne che gli competono come patrono dei pellegrini.

Santuario di Gallivaggio
Il Santuario sorge nel luogo in cui il 10 ottobre 1492 due fanciulle ebbero la visione della Vergine Maria e un messaggio di invito pressante alla conversione dei peccatori. Il luogo divenne, ed è tuttora, meta di pellegrinaggi come centro spirituale della Valle. La cappella originale venne sostituita da un edificio più spazioso, ulteriormente ingrandito nel 1615 con il patronato di * * * Vertemate Franchi.
L’altar maggiore contiene la pietra dell’Apparizione e, al di sopra, la scultura lignea che raffigura l’evento, adotta una specifica iconografia, riprodotta anche in molte santelle sulle case della Valle. Il presbiterio è affrescato (1605) da Domenico Caresiano da Cureglia (Canton Ticino); una tela dell’Incoronazione della Vergine di Paolo Camillo Landriani detto Il Duchino (1605) reca nella predella un’immagine suggestiva del mulino della Rabbiosa di Campodolcino; vi è inoltre una tela di Cesare Ligari del Crocifisso tra francescani (1739). La balconata dell’organo (1673) è dono degli emigranti a Palermo.

Caurga della Rabbiosa
Nella media Val San Giacomo, in sinistra idrografica, si trova un sito di grande interesse geomorfologico, petrografico ed ecologico , istituito come “Monumento Naturale” dalla Regione Lombardia. “Caurga” è un termine dialettale (in Romancio: cavorgia) a indicare una stretta e profonda incisione nella roccia.
Procedendo dall’alto, nel senso della corrente, la Caurga della Rabbiosa inizia poco a valle del ponte di Fraciscio (Folópp, 1.267 m s.l.m.). Tra le alte pareti della fessura scavata per oltre 300 metri negli gneiss della Falda Tambò, il torrente ha determinato una singolare sequenza di rapide, gorghi, polle e marmitte d’erosione in eccezionali condizioni di esposizione. Un’ultima cascata di una ventina di metri (1.120 m di quota al piede) immette in una contenuta conca boscosa, dalle alte pareti; ivi il torrente trascorre, per un ulteriore centinaio di metri, in un piano alluvionale sino allo stramazzo,

MUVIS - Museo della Via Spluga e della Val San Giacomo
MUVISUna locanda del XVI secolo costituisce il nucleo originario dell’edificio (Tabernae e i due piani soprastanti) denominato Palàzz. Ne fece acquisto nel 1777 l’Abate Antonio Foppoli, di Mazzo di Valtellina, eruditissimo letterato ed accademico dell’Arcadia col nome di Rhetus Cisalpinus. Demoliti i rustici, vi costruì una Cappella decorata dal pittore Antonio Guidetti (1786) e, al di sopra, un’ampia sala sede dell’Assemblea dei capi famiglia della Frazione Corti e Acero, al cui Consorzio l’Abate legò la dimora in perpetuo.
All’interno del Palàzz, Il Museo conserva testimonianze storiche ed una ricca iconografia riguardanti la Via Spluga: lettere di vettura e commerciali del XVIII secolo, un voluminoso Giornal Mastro di uno spedizioniere di Chiavenna (1752-1768), stampe originali con le le serie complete di Meyer (Zurigo, 1825), Lose (Milano, 1825) e Cole (Londra 1826), dedicate allo Spluga e alla Strada che vi era stata da poco tracciata. La sezione dedicata ai trasporti fa parte di quella dedicata all’artigianato e ai mestieri tradizionali della Valle. Di grande interesse la ricostruzione fedele di ambienti d’epoca coi materiali autentici: una cucina del XVI/XVII secolo e quattro stüe, di cui una decorata e datata del 1576, già sede del Consiglio Comunale, dedicata alla storia e alle istituzioni della Valle; delle altre tre, tutte del XVIII secolo, una è dedicata alla storia del Palàzz e del Consorzio, all’Abate Foppoli, alle famiglie e ai personaggi che illustrarono la Valle. Completano l’allestimento le sezioni dedicate a: lavoro femminile, giochi dell’infanzia, alpinismo, sport invernali, turismo, geologia, minerali, paleoambiente, fauna, archeologia.

La Ca’ Bardassa
Questo edificio, che prese nome da uno degli ultimi proprietari, è una tipica casa rurale “unitaria” costruita in più stadi, tra il XVIII secolo ed il 1823-24, posta all’uscita di Fraciscio. Il prospetto dell’abitazione, a sinistra, e del rustico, a destra, si incontrano ad angolo lievemente acuto e con rilevante effetto scenografico, lungo la perpendicolare del colmo del tetto a due falde ricoperto di beole (piöde). Sulla facciata esterna, in alto, l’affresco della Madonna fu fatto eseguire da Lorenzo Maria Levi nel 1834. Il piano seminterrato era destinato a stalla. All’abitazione si accede sul lato sinistro: nel corridoio (andit), a destra, la stüa rivestita in pannelli di legno, soffitto a cassettoni con rosone e con la stufa (“pigna”) in pietra. A sinistra, la cucina (chja dal foc), in pietra e malta, con acquario e caratteristico locale (frigola) e, successivamente, la casera per la lavorazione del latte. Una scala in legno porta alla spettacolare balconata del fienile (tecc dal fen) ed al piano superiore: due stanze sul retro e, sul davanti, la stüa in semplici travi di legno. L’edificio, di proprietà della Comunità Montana della Valchiavenna, è destinato a sede locale del museo etnografico, come testimonianza ben conservata dell’ambiente montano

Valle di Starleggia
StarleggiaSul versante lepontino (destra idrografica) della Val San Giacomo, si apre questa valle di circa 6 km2 d’ampiezza, d’interesse geomorfologico, ambientale ed etnografico. È formata dall’alto bacino confluente dei torrenti Sancia e Riä chiusi a Ovest dallo spartiacque mesolcino (Pizzo Quadro 3.015 m s.l.m.) e bruscamente troncati ad Est all’orlo (Fìl de la Fóina, Filo della Faìna) dell’alta scarpata che la separa dalla valle principale. Ne deriva una singolare morfologia di valle sospesa, dovuta alla tettonica gravitativa (grandiose fratture parallele al corso del Liro) più che al modellamento glaciale. Subito a Nord si estende il Pian dei Cavalli.

Il Pian dei Cavalli
Pian dei CavalliLa variante di percorso che si stacca dalla Via Spluga in direzione Ovest, verso la Val Mesolcina per il Passo di Baldiscio, sfiora un luogo di eccezionale interesse, dai punti di vista archeologico e geomorfologico: il Pian dei Cavalli. Tra Campodolcino e Isola, si trova questo altopiano calcareo di circa 5 km2, compreso tra 2.000 e 2.200 m di altitudine. È costituito in prevalenza da marmi di colore chiaro, sui quali si sviluppano suoli basici colonizzati dalle specie che esigono questo substrato, come nigritelle e stelle alpine.Queste rocce mesozoiche (circa 240 - 180 Ma) formano una “lama”, spessa un centinaio di metri ed interposta tra i livelli impermeabili dei basamenti cristallini (Falda Tambò, sottostante, e Falda Suretta). Quest’ultima è ridotta dall’erosione al “cappello” (klippe) di gneiss del Monte Tignoso. La struttura del Pian dei Cavalli è evidente dalla mulattiera che, da San Sisto, sale alla sinistra del vallone carsico detto Val dî Bój (Valle delle Resorgive), sfiorando le grotte de la Ciairìna (della Chiarina). Lungo la costa settentrionale della conca di San Sisto, il contatto tra le rocce gneissiche del basamento ed i marmi è sottolineato da un allineamento suborizzontale di sorgenti.
Il paesaggio geologico, condizionato dalla geometria dei lembi di copertura sulle rocce del basamento, combina forme di diversa scala in un insieme di grande fascino. I marmi, di colore più chiaro ma con una netta componente gialla sulle superfici di alterazione, costituiscono rilievi singolari quali il “sigaro”, sul crinale che chiude a Nord la Valle della Sancia, ed il “catino” di quota 2.490, tra il Tignoso ed il Passo di Barna. Le fratture dei marmi danno luogo a campi solcati, cui si associano altre forme di carsismo superficiale come depressioni nei punti di maggior infiltrazione, associate talvolta a piccoli specchi d’acqua. Sul lato nord-orientale dell’altopiano si apre il Buco del Nido, sistema carsico di circa 4 km di sviluppo e 130 m di dislivello. Nei pressi, fluisce un breve ruscello che può essere seguito dalla sorgente, sino all’inghiottitoio che lo avvia alla circolazione ipogea.
Grazie a ricerche coordinate dal Prof. F. Fedele tra il 1986 ed il 2000, il Pian dei Cavalli si è rivelato una delle aree di maggior interesse per la conoscenza del più antico popolamento alpino. Gruppi di cacciatori del mesolitico frequentavano l’altopiano a partire da 10.500 anni fa, appena dopo l’Ultimo Massimo Glaciale (“box” 3 a pagina ***). Le loro tracce sono state individuate in una trentina di località, con rinvenimenti di manufatti scheggiati di quarzo, locale, e di selce, di provenienza esotica. È probabile che questi gruppi attraversassero abitualmente il vicino spartiacque principale delle Alpi. La posizione dei siti e la tipologia degli insediamenti suggeriscono che fra le ragioni principali della frequentazione mesolitica vi fossero l’esplorazione del territorio e l’avvistamento della selvaggina. Verso 9.000 - 8.000 fa, la risalita del bosco fino ad un’altitudine superiore a quella attuale scoraggiò il transito in quota e pose fine ad uno straordinario capitolo della preistoria alpina. Un percorso attrezzato con pannelli esplicativi ed un volume guida, con cartine, permettono al visitatore di riconoscere queste tracce sul terreno.

I travertini di Madésimo ed Isola
Val FebbraroIn alta Val San Giacomo affiorano rocce che si prestano come registro di dati per lo studio dei cambiamenti climatici: i travertini, depositi di versante generati dall’incrostazione del carbonato di calcio presso sorgenti mineralizzate, caratteristici delle aree vulcaniche dell’Appennino (celebri quelli di Tivoli) e molto più inconsueti tra le rocce a silicati dei rilievi alpini.
I travertini della Val San Giacomo si trovano ai lati della dorsale degli Andossi: tra la sponda orientale del Lago di Isola e la S.S. 36, a quote comprese tra 1.240 e 1.630 m s.l.m.; a circa 1600 m s.l.m. in località Casone nella valle del Torrente Scalcoggia presso Madésimo, subito a valle della Val Cava. Nel substrato prevalgono i marmi, fratturati ed interessati da un sistema di circolazione idrica, cui si deve la presenza di numerose sorgenti. Tra queste se ne trovano di fortemente mineralizzate, con una composizione calcio-magnesio-solfatica (unica in Valchiavenna), che testimonia lo scambio chimico con rocce solubili. Le acque sorgenti, su pendii mediamente inclinati, hanno dato luogo ad un processo di costruzione pressoché continuo ed osservabile “dal vivo in azione”. I depositi di travertino, teneri e spugnosi ma perfettamente litificati, sono rocce di ambiente continentale e di età quaternaria, i cui ben noti cicli di oscillazione climatica sono i meglio documentati nei sedimenti dell’intero pianeta. I travertini registrano le oscillazioni di portata delle sorgenti, attraverso la loro concentrazione di sali disciolti. Inoltre, essi incorporano numerosi resti organici (soprattutto pollini) che ne consentono una datazione. Le variazioni chimico-fisiche dell’ambiente di formazione vengono anch’esse registrate e rese leggibili, attraverso lo studio dei rapporti isotopici del carbonio e dell’ossigeno.
Per le loro unicità, le due aree d’affioramento sono state incluse nell’elenco dei siti d’interesse naturalistico, degni di conservazione come geo- e biotopi. Esse risultano facilmente accessibili, nonché esemplari per i processi di fossilizzazione di resti organici vegetali. I depositi hanno inoltre favorito lo sviluppo di una vegetazione di nicchia specializzata, in grado di resistere alle elevate concentrazioni minerali presenti nelle acque.

Borghetto
A Borghetto sono state individuate tracce mesolitiche e della preistoria più recente (circa 8.000 - 2.000 anni fa). Alcuni siti sono stati scavati dal 1988: il più notevole è quello dei Lavazzé, a 2.100 m di quota tra Borghetto e il Passo Baldiscio, dove la base di una capanna di pietra, un blocco di roccia con “coppelle” e tracce di bivacchi rivelano la frequentazione di questa località delle regioni circostanti per diversi millenni. Borghetto è un alpeggio organizzato in tre nuclei separati e costituisce il punto di partenza migliore per la traversata in Mesolcina per il Passo Baldiscio.

Montespluga
Oltre il Monte Cardine, vero punto nodale dell’idrografia attuale e fossile dell’alta Val San Giacomo, si trova uno degli insediamenti più caratteristici del percorso: Montespluga. Le baite si raggruppano al limite settentrionale del vasto pianoro, occupato dopo gli anni ’30 dal lago artificiale, tra la pianeggiante Val Loga coronata dal Pizzo Tambò (3.279 m s.l.m.) a Ovest, e il massiccio del Pizzo Suretta (Inner Schwarzhorn, 3.027 m s.l.m.) a Est. Almeno dall’alto medioevo vi era una locanda per viandanti, nominata dal XIV secolo Cà de la Montagna, aperta tutto l’anno. Nelle stampe d’epoca fa parte di una serie di edifici a schiera, in cui tuttora si susseguono alberghi e la Dogana ampliata all’apertura della Strada (1822). Di fronte, un edificio della medesima epoca, ospita la Caserma e la cappella di San Francesco che contiene un quadro di “San Francesco che riceve le stigmate” del pittore boemo Giovanni Pock, attivo in Milano.

Il SengioIl Sengio
Tra gli sbocchi dei torrenti Scalcoggia e Febbraro, la Val San Giacomo è stretta da un’alta parete rocciosa in sinistra, nota come il Sengio. Dal fondovalle si presenta come un ostacolo; verso l’alto le rocce formano il terrazzo modellato dai ghiacciai, dove sorge la frazione Pianazzo. Una rovinosa alluvione del Liro, nel 1834, indusse ad abbandonare il fondovalle in favore di un tracciato a mezza costa. La parete del Sengio condizionò lo sviluppo della via di comunicazione e richiese un notevole lavoro per la realizzazione del passaggio, superando in breve spazio un dislivello di circa 300 metri.
Il 12 agosto 1678, l’opera fu commissionata dai deputati dei sei Porti ad un “mastro del Tirolo”, che si impegnò a realizzare l’opera entro l’anno successivo, tagliando la roccia del Sengio con uso delle mine.
I deputati dei sei Porti, riuniti in Campodolcino il 12 agosto 1678, hanno decretato “. . . che la strada sudetta sia fatta. . . a quale effetto hano accordato con il Mastro del Tirolo come quello che è pratico di tagliare il Sengio sudetto” che realizzò l’opera, con uso delle mine, entro l’anno successivo.

Cardinello. La Strada Del 1714
CardinelloSeguendo i tracciati altomedioevali, la via per lo Spluga risaliva da Campodolcino il fondovalle fino ad Isola, imboccando poi la gola del Cardinello. Le prime opere di ammodernamento risalgono al 1714 (Thomas Riedi, 2007: La strada del Cardinello del 1714. Quaderni del Centro di studi storici valchiavennaschi, Chiavenna).
La strada, che si svolge in un ambiente di grande valore paesaggistico, è tra i più impressionanti manufatti stradali antichi di tutto l’arco alpino ed è stata ritratta in una decina di stampe e acquetinte. Per lunghi tratti, in vista dei fornelli delle mine e di numerose incisioni con simboli e date, è intagliata in semigalleria e gradonata nella viva roccia. A valle, nella parete strapiombante, è sostenuta da alti muri a secco. Nell’iconografia d’epoca la strada appare attrezzata con parapetti, tettoie paramassi e paravalanghe. Considerata sempre molto pericolosa (specie in periodo di forti nevicate), nell’inverno del 1800 vide il passaggio delle truppe del generale francese McDonald, che dalla Svizzera correva in aiuto di Napoleone, impegnato nella seconda campagna d’Italia. A causa delle forti nevicate, il transito venne funestato da molti incidenti, che videro decine di soldati, animali e salmerie travolti dalle valanghe. L’episodio, di grande risonanza, venne più volte raffigurato in stampe nella prima metà del XIX secolo.
La strada tracciata dal Donegani tra il 1818 ed il 1821 risolse alla fine tutti i problemi, ma qui viene ricordata come eccezionale prova di architettura del territorio sia nella prima versione, in cui si attenne al fondovalle (Strada di Sotto) sino a Isola e raggiungendo Pianazzo, con una serie ammirevole di tornanti, per poi affiancare a distanza, sotto il displuvio degli Andossi, la Strada di Sopra, sia, e ancor più, nella versione del 1838, con la variante dello Stutz e la conservazione dell’arco di pietra, e con quella del Sengio, godibile in un sol colpo d’occhio, dal “belvedere” di Starleggia.

Il Corriere di LindòIl Corriere Di Lindò
A seguito del taglio della Via Mala, iniziò un servizio di trasporto per Milano attraverso lo Spluga, Chiavenna e Como, in partenza da Lindau, città libera e importante centro commerciale sulla sponda settentrionale del Lago di Costanza.
Dal 1518 il “Corriere di Lindò” fornì un servizio regolare, in base a un accordo stipulato tra la “Universitas Mercatorum” di Lindau e quella di Milano, e durò sino al 1826, eccetto una interruzione tra il 1813 e il 1820. Si trattava di una “carovana” guidata e sotto la responsabilità di un membro della famiglia Spühler, che traportava merci, passeggeri, denaro, valori e posta e utilizzava diversi mezzi di trasporto (carrozze e carri, chiatte, cavalli e bestie da soma) a seconda delle caratteristiche del percorso. Partiva da Lindau ogni lunedì mattina e giungeva a Milano il sabato, facendo stazione all’Albergo dei Tre Re, presso Porta Romana, da dove il mercoledì si ripartiva per il viaggio di ritorno. Molti personaggi usufruirono del Corriere, tra cui Goethe da mercoledì 28 maggio 1788 a lunedì 2 giugno nel suo ritorno dal viaggio in Italia, consigliato dalla pittrice Angelika Kauffmann, che aveva incontrato nel suo soggiorno a Roma.

 
 
PROGETTO INTERREG IIIA
ITALIA SVIZZERA
italia Svizzera regione lombardia ... Europa Canton Grigioni MUVIS - museo via Spluga Progea Wildvet Project Pro Loco Valle del Bitto
 

contatti via priula ecc..